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19 maggio 2013

Leggere Poesie



Chi
da una poesia
si aspetta la salvezza
dovrebbe piuttosto
imparare
a leggere poesie

Chi
da una poesia
non aspetta alcuna salvezza
dovrebbe piuttosto
imparare
a leggere poesie

Erich Fried

28 febbraio 2010

Poesie



Se di me non parlo
e non mi ascolto
mi succede poi
che mi confondo.


Patrizia Cavalli

28 settembre 2009

Vecchi pensieri

E se non puoi la vita che desideri
cerca almeno questo per quanto sta in te:
non sciuparla nel troppo commercio con la gente con troppe parole in un viavai frenetico.
Non sciuparla portandola in giro in balìa del quotidiano
gioco balordo di incontri e inviti,
fino a farne una stucchevole estranea.

Constantinos Kavafis

20 novembre 2008

Chitarre

Ho un amico qui che ama suonare la chitarra la sera, quando torna a casa, nella solitudine della sua stanza o con qualche amico intimo.... così mi sono così ricordata di una poesia di Bukowsky che mi fa sempre tanto ridere.....la verità è forse che fa ridere solo me, è abbastanza cinica....

CHITARRE

per fortuna non ci vengono a trovare in molti,
ma quando vengono,
a volte capita che qualcuno
noti la chitarra di mia
moglie appoggiata al muro
e allora la serata va in vacca.

“oh, una chitarra!”
“già”, dice mia moglie.
“ti dispiace?”
“ma figurati!”, dice mia moglie.
l’ospite va a prendere la
chitarra, torna, si siede e comincia a strimpellarla.
“oh, sai suonare?”,
domanda mia moglie.
“un pochino”.
l’ospite quindi comincia a suonare.
la voce e la chitarra ce le hai
vicinissime,
quasi sotto al naso.
è un brano tutto suo, sia le parole che la musica.

ci tocca il meglio di tutto.
l’ospite conclude.
“ma che bello!”, dichiara mia moglie.
e l’ospite comincia immediatamente a suonare e cantare un altro dei suoi pezzi.
a me mi fa
vergognare,
non so
perché.
be’, primo perché come canta non è proprio il massimo e
secondo perché le chitarre hanno un qualcosa che davvero non sopporto.

Adesso le canzoni arrivano una dopo l’altra.
non c’è modo di fermare l’ospite, lui, o lei, ha un repertorio vastissimo.
prima mi viene un capogiro, poi un po’ di nausea.
la musica continua. Mi pare che duri una vita.
alla fine sbotto:
“VI PREGO!
BASTA!”
l’ospite appoggia in silenzio
la chitarra sul tavolino.
“Hank!”, esclama mia moglie,
“che DIAVOLO ti prende?”
“non ce la faccio più”, rispondo io.
a quel punto l’ospite è già alla porta.
se ne sta andando.
“mi dispiace”,dice mia moglie.
“ma di che”, replica l’ospite accennando un sorriso.
poi lui, o lei, sparisce.
“senti”, dice allora mia moglie, “a te piace ferire i sentimenti altrui!”
“mi fa schifo la chitarra”,
rispondo, “solo la gente odiosa suona la chitarra”.
“abbiamo appena perso un amico!”
“e allora?”, dico
e ringraziando il cielo salgo al piano di sopra.

Da: Sotto un sole di sigarette e cetrioli

19 marzo 2008

Chiudersi fuori e poi cercare di rientrare

Si esce e si chiude la porta
senza pensarci. E quando ci si volta
a vedere quel che si è combinato
è troppo tardi. Se vi sembra la storia di una vita, d’accordo.

Pioveva. I vicini che avevano la copia
della chiave erano via. Ho provato e riprovato
le finestre del pianterreno. Fissavo
il divano, le piante, il tavolo e le sedie,
lo stereo all’interno.
La mia tazza da caffé e il posacenere che mi aspettavano
sul tavolo col piano di cristallo e il mio cuore
era con loro. Li ho salutati: Salve, amici!
Qualcosa del genere. Dopo tutto
non era un grosso guaio.
Me ne sono capitati di peggio. Stavolta
era perfino un po’ buffo. Ho trovato la scala.
L’ho presa e l’ho appoggiata alla casa.
Poi mi sono arrampicato sotto la pioggia fino al balcone,
ho scavalcato la ringhiera
e ho provato ad aprire la porta. Chiusa a chiave,
naturalmente. Ma mi sono messo a guardare dentro
lo stesso, la scrivania, le carte e la mia sedia.
Questa era la finestra davanti
alla scrivania da cui alzo gli occhi
e guardo fuori quando sto seduto là dietro.
E’ molto diverso dal pianterreno, ho pensato.
È tutt’un’altra cosa.

Ed è proprio forte guardare dentro così, senza essere visto,
dal balcone. Essere lì, dentro, eppure non esserci.
Non credo neanche di poterne parlare.

Ho accostato la faccia al vetro
e mi sono immaginato là dentro,
seduto alla scrivania. Che alzo lo sguardo
dal mio lavoro ogni tanto.
E penso a qualche altro posto
e a qualche altro tempo.
Alla gente che amavo allora.

Sono rimasto un minuto lì, sotto la pioggia.
Mi consideravo il più fortunato degli uomini.
Anche se mi ha attraversato una ondata di dolore.
Anche se mi vergognavo violentemente
del male che avevo fatto all’epoca.
Ho spaccato quella bellissima finestra.
E sono rientrato.

R. Carver
......come sempre,
Disegno di Dave Mckean